A-Team, ma non doveva essere bruttissimo?

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Un'intera schiera di fan, appassionati e nostalgici si era spaventata due volte. Prima con l'annuncio e le foto del cast, poi con il trailer. Il primo film tratto dalla serie televisiva A-Team, arrivato a 24 anni dalla messa in onda dell'ultimo episodio, era già diventato nella mente di tutti un tonfo epico, un insulto ai sentimenti e ai bei vecchi tempi, un tradimento totale dello spirito primigenio. E invece....

Invece A-Team (il film) non è niente male! Certo trasportare le dinamiche della serie in un film era quasi impossibile e per questo Joe Carnahan e il pool di sceneggiatori hanno adottato diversi stratagemmi stranianti, finalizzati non tanto a mettere in scena i medesimi fatti o le medesime storie quanto quello spirito. A-Team infatti è un film molto ironico, in cui si ride e di gusto, che non si prende mai sul serio e che unisce ad una grande azione anche un divertimento viscerale immediato proprio come la serie tv. Non un caso visto il modo in cui già sono state portate al cinema con leggerezza altre serie anni '70/'80 come Charlie's Angels o Starsky & Htuch.

A-Team forse è il film più grossolanamente immaturo dell'anno. Infantile ma con stile. Che chiede al suo pubblico di accettare un'azione iperbolica e paradossale, promettendo in cambio molto divertimento. E la promessa, si badi bene, è mantenuta. Tutti gli elementi originali ci sono, a partire dal furgone nero con banda rossa fino ad arrivare alla paura di volare di B.A. (o P.E. a seconda della lingua) Baracus. Le personalità sono le stesse, le manie individuali pure e anche i rapporti di forza nel gruppo non mutano, anzi l'umorismo al quale sono finalizzati è decisamente più riuscito di quanto non fosse nella, per forza di cose, ripetitiva serialità.

Ma anche al di là delle più facili citazioni il film trabocca di piccoli elementi che in maniera più raffinata guardano ai temi ricorrenti dell'A-Team originale. Imperdibile l'inizio con il tipico villain generale e/o dittatore in fieri di staterello sudamericano (ha anche lo stesso doppiatore storico) o la fuga dal manicomio con il travestimento di Murdock in dottore (quante volte l'avrà fatto?) o ancora la sequena di inseguimento con elicotteri (mai così spettacolare).

La testimonianza più grossa del buon lavoro fatto però è anche il cambio più grosso effettuato rispetto all'originale e che diventa il pregio maggiore del film. Il film dell'A-Team infatti poteva anche essere sottotitolato Rise of Sberla per come evolve e riimpinza di valori, significati e anima un personaggio storicamente bidimensionale e relegato alla macchietta del dandy. Passando da una serie di episodi ad un film unico Carnahan è attento a trovare un centro, una pietra angolare attorno alla quale orchestrare il racconto e per questo sceglie il personaggio, in potenza, più interessante.

Il tenente Templeton Peck interpretato da Bradley Cooper infatti emerge molto rispetto agli altri compagni di squadra, sebbene Hannibal Smith rimanga fuor di dubbio il leader carismatico e la mente. A lui è riservata l'unica storia d'amore (segno inequivocabile di protagonismo in un film hollywoodiano), lui è l'unico ad avere una personalità sfaccettata (dandy ma anche uomo d'azione, seduttore ma anche innamorato) e infine lui è l'unico personaggio che nel corso della pellicola intraprende un percorso evolutivo che passa attraverso l'assunzione di responsabilità maggiori. Il solo che alla fine è un po' diverso rispetto all'inizio.

Di tutto questo infine ne fa le spese unicamente la CIA che esce massacrata da un film che, per sua natura, non sarebbe tenuto a prendere posizioni così forti. Sono loro i veri cattivi, spietati, disumani e deficienti come solo i russi nei film americani anni '80 prima di loro. Il livore nei confronti dell'agenzia governativa è a dir poco tangibile e sembra quasi un modo di incanalare tutti i peccati del governo americano e tutto il marcio emerso in questi anni in un'unica sezione. Di fatto assolvendo le altre. Missione compiuta.
via wired.it

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